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Guitar Heaven: The Greatest Guitar Classics Of All Time 3 Sep 2010, 1:30 am
A più di 40 anni dallo storico concerto al Fillmore West, quando la Santana Blues Band aprì la serata per gli Who, eccoci qui ancora a parlare di Carlos. Non che avessimo mai smesso per di farlo per tutti questi anni, sia in bene che in male. “Guitar Heaven” prenderà il suo posto negli scaffali dei negozi il 21 settembre e allora capiremo bene di che si tratta. A giudicare dall’anteprima sui cui abbiamo potuto mterrere le mani appare sicuramente un disco molto affollato, secondo quanto recitano le note di copertina.Lasciate la speranza di trovarci dentro nuovi pezzi originali; va detto subito che la logica di questo prodotto è quella di un cover album: Santana insieme al suo inseparabile produttore Clive Davis, ottantenne e lucidissimo, hanno voluto scegliere personalmente una lista di brani del passato tutti incentrati ovviamente sulla chitarra, invitando per ognuno di essi un cantante diverso. E qui veniamo ai dati, ecco la lista: “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, con Chris Cornell; “Sunshine Of Your Love” dei Cream, con Rob Thomas; “Can’t You Hear Me Knocking” degli Stones, con Scott Weiland; “Dance The Night Away” di Van Halen, con Pat Mohanan; “While My Guitar Gently Weeps dei Beatles, con India.arie; “Get It On” dei T. Rex con Gavin Rossdale; “Smoke On The Water” dei Deep Purple con Jacoby Shaddix; “Photograph” dei Def Leppard con Chris Daughtry; “Back In Black” degli AC/DC con Nas; “Little Wing” di Hendrix con Joe Cocker; “Riders On The Storm” dei Doors, con Ray Manzarek e Chester Bennington; “I Ain’t Superstitious” di Howlin’ Wolf e del Jeff Beck Group con Jonny Lang; “Fortunate Son” dei Creedence con Scott Stapp.

Che dire? Si tratta di un disco pop, ovviamente, dove Carlos fa la parte del leone dappertutto, dove suona più di quanto siamo abituati a sentirlo fare, dovendosi cimentare su territori a volte per lui assolutamente inusitati. La band di Santana è tiratissima (Dennis Chambers alla batteria), Benny Rietveld al basso, Karl Perrazo ai timbales, Tommy Anthony alla chitarra ritmica, Freddie Ravels alle tastiere, Raul Rekow alle conga, Bill Ortiz alla tromba, Jeff Cressman al trombone, mentre Andy Vargas si occupa dei cori). Le voci sono pregevolissime e sorprendono su ogni traccia, ognuno degli invitati ha svolto il compito con grande tecnica e passione.
Un disco prodotto magistralmente. Ci sarà chi lo detesterà al primo ascolto, stanco delle ultime produzioni di Santana, chi lo vedrà immediatamente come un tipico espediente commerciale, chi si rifiuterà semplicemente di ascoltarlo. A noi, qui in redazione, ha invece sorpreso e l'abbiamo ascoltato con attenzione. Santana è comunque sempre Santana e gli dobbiamo qualche credito in più. Chi scrive è rimasto colpito da “Little Wing”, con un intervento assolutamente stupefacente del vecchio Joe Cocker, inossidabile e ficcante. Peccato machi completamente l’intro iniziale. Impressionante ascoltare ancora “Get It On” di Marc Bolan, o sentire Santana rifare il verso a Jeff Beck su “I Ain’t Superstitious”. Il top? “Fortunate Son” dei Creedence.
Un gran calderone, come dicevamo. Ma annusarlo è un’esperienza che vale la pena di fare, in attesa dei prossimi succosi approfondimenti sul tema, sempre su Accordo.
Il giro del Sintetizzatore in ottanta giorni - Nona parte 2 Sep 2010, 7:01 pm
Nel sintetizzatore analogico che lavora in sintesi sottrattiva, avere a disposizione diverse forme d'onda ben caratterizzate per timbro (cioè per contenuto armonico) è alla base della varietà sonora ottenibile. Come dire che maggior differenziazione "nativa" è ottenibile con le diverse forme d'onda, più ampio risulterà il panorama sonoro dello strumento. A patto, come al solito, di perdere un pochino di tempo nelle logiche di programmazione.Per questo motivo, è importante poter dire di conoscere con una certa familiarità le peculiarità sonore dei segnali "di base" emessi dagli oscillatori; i segnali di base sono - perlomeno nella stragrande maggioranza dei sint analogici - le due forme d'onda dente di sega e quadra; da queste due, per vie più o meno traverse, possono essere realizzate le varie impulsive, le triangolari ed infine le sinusoidi.
A questo punto, abbiamo un classico corredo di quattro forme d'onda (dente di sega/rampa, quadra/impulsiva, triangolare, sinusoide) che copre agevolmente tutto il panorama timbrico dell'analog synthesizer hardware o software; da qui in poi, se necessario, bisognerà allargare il parco suoni agendo con le sintesi per modulazioni (AM, RM, FM) o tramite waveshaping.
Ma di questo avremo modo di parlare più avanti.
Per ora, è importante fare una prima sessioni di ascolto comparativo. Attenzione! Ascolto "comparativo" inteso nei confronti delle differenze sonore tra forma d'onda e forma d'onda... ma anche ascolto "comparativo" impostato su uno sforzo più complicato, cioè l'accoppiamento suono/immagine effettuato ascoltando un segnale audio e guardandolo contemporaneamente quando viene riprodotto da un oscilloscopio.

A questo proposito, ricordiamo come sia possibile entrare in possesso di ottimi oscilloscopi - analizzatori di spettro virtuali gratuiti semplicemente digitando su Google le parole magiche "free oscilloscope for Mac/for Windows" o "free spectrum analyzer". Il divertimento è in agguato...
Buona visione.
Novità Apple 2 Sep 2010, 8:30 am
Con l'immagine di una chitarra acustica alle spalle, nella giornata di ieri, Steve Jobs ha presentato le ultime novità che andranno a solleticare la voglia di acquisti dei Geeks sparsi per tutto il mondo. Qualche novità e molti aggiornamenti.Rinnovati iPod Nano, iPod shuffle, iPod touch, iTunes, Apple Tv e iOs 4.
iPod Nano
Il nuovo iPod Nano diventa ancora più piccolo perdendo in dimensioni e peso ma guadagnando uno schermo multitouch che occupa tutta la superficie ora quadrata. Di indubbia eleganza.
E' disponibile in due modelli:
- 8Gb - €169
- 16Gb - €199
iPod Shuffle

L'unico modello sul quale sono tornati i tasti è l'iPod Shuffle. Dispone di tecnologia VoiceOver capace di far pronunciare in 25 lingue all'iPod - premendo un pulsante - il titolo del brano ascoltato.
E' disponibile un solo modello da 2Gb al prezzo di €55
iPod touch

La quarta generazione dell'iPod touch, oltre ad allineare l'estetica al nuovo iPhone, dispone di alcune innovative tecnologie già apprezzate sul citato telefono. Il display Retina porta la risoluzione video a 960x640 px, semplificando e rendendo più piacevole la consultazione del display. Disponibile inoltre FaceTime che, con l'ausilio di due videocamere (una frontale e l'altra posteriore), consente di effettuare videochiamate. Con le due videocamere è inoltre possibile registrare video HD.
E' disponibile in tre versioni:
- 8Gb - €239
- 32Gb - €309
- 64Gb - €409
iTunes

Nel periodo in cui i Social network vanno per la maggiore, iTunes svolta verso questa nuova direzione integrando Ping. Oltre alle classiche funzioni dei Social network, si potrà essere connessi direttamente a utenti con gusti musicali simili ai nostri, condividere con i propri amici gli artisti preferiti, ascoltare in anteprima 30 secondi della loro musica preferita e trovare date e tappe dei tour.
Perfezionata la sincronizzazione con i dispositivi connessi. Un indicatore inoltre comunica con esattezza quanto spazio è rimasto sul dispositivo.
La nuova versione di iTunes è già disponibile per il download (Mac e Pc).
Apple Tv

Grande quasi quanto un Cd, consentirà la riproduzione di contenuti (reperibili su Apple Store al prezzo di $5) in HD sul proprio televisore. Connesso alla rete, può accedere ad altri computer e riprodurne i file multimediali, fare streaming video da Youtube e Netflix o visualizzare immagini da Flickr e MobileMe. Sulla propria superficie dispone di connessione audio ottica, HDMI, USB ed Ethernet.
Sarà disponibile al prezzo di $99.
iOs 4.1
Ecco in sintesi le principali novità del nuovo iOs:
- Multitasking
- Supporto tastiera Bluetooth
- Controllo ortografico
- Game Center - Social gaming
- iTunes Ping
Da novembre 2010, iOs 4.1 sarà disponibile anche per iPad portando finalmente il multitasking sul tablet.
Il questionario di Ritmi – Intervista a Peppe Consolmagno 2 Sep 2010, 6:00 am
Multipercussionista, giornalista, etnomusicologo, antropologo, artigiano, cittadino del mondo: il Mahatma della percussione italiana è tutto questo e altro ancora. È un privilegio quindi ospitare nel questionario il punto di vista unico di Peppe Consolmagno, “uomo beato tra i suoni del mondo” come lo ha definito con acuta precisione Claudio Salvi, un artista poliedrico, indipendente nell’accezione più nobile e ampia del termine. Un essere umano autentico, che ha cercato e trovato dentro di sé, e che regala a tutti noi.Come e quando hai iniziato a suonare le percussioni?
Non provenendo da una famiglia di musicisti e vivendo in una regione come le Marche, al confine con la Romagna, tutto sommato ricca di riferimenti folclorici ma a me strutturalmente lontani, mi sono messo alla ricerca di musiche e culture che potessero stimolare la mia sensibilità. L’ho fatto senza avere un’idea precisa di dove sarei voluto andare. Si è trattato dunque di un cammino lungo ed articolato, che non ha riguardato esclusivamente l'aspetto musicale. Potrei dirti che ho sempre suonato così pure che ancora aspetto di suonare.

Foto di Riccardo Gravagna
Che formazione didattica hai avuto?
La mia scuola musicale è la scuola della vita. Si è trattato di un percorso decisamente autonomo. Nel cercare qualcosa di diverso, la curiosità è stata accentuata dal fatto che oltre tre decenni fa era molto difficile reperire dischi, materiali sulle culture musicali “altre”. Mi è sempre piaciuto invece tradurre, trasportare, mettere insieme, identificare, riportare nel mio bagaglio di esperienze per poi personalizzarle tutte le informazioni che acquisivo viaggiando, studiando, scrivendo.
Mi sono sempre mosso con la semplicità e la coerenza, con la libertà e l’amore per la natura - i suoi colori, i sapori e profumi - con la manualità e il rispetto delle esperienze, con l’osservazione e il perfezionamento. Mi piace essere curioso, conoscere i materiali, le fibre e le tecniche di costruzione. E questi elementi li ho sempre utilizzati nella mia vita anche per la costruzione dei miei strumenti musicali. Il mio punto di partenza è stato il suono.
Mi è sempre piaciuta la concezione orchestrale delle percussioni. Quando suonavo le prime volte, mi ricordo che mi veniva chiesto di eseguire certi timbri in determinati momenti che mi lasciavano piuttosto attonito, a me non piacevano affatto. Adesso posso parlare così, perché ho capito che la cosa importante è imparare ad ascoltare, così posso trovare il mio spazio, non importa in quale situazione, voglio essere libero, disponibile e senza pregiudizio.
Chi sono stati i tuoi primi punti di riferimento?
La vita, la natura, i rapporti umani, sono stati e sono tuttora la mia vera fonte di ispirazione. Sono attratto dal suono, dal timbro, dal colore, tradotto in termini concreti dall’aspetto emozionale. Non a caso non parlo mai di effetti o rumori, ma di simboli. Questo è stato il tipo di approccio che mi ha guidato a interessarmi ad altri colleghi. È stato il suono, la maniera di porsi all’interno della musica a farmi conoscere ad esempio Nana Vasconcelos. Parecchi anni fa ascoltai piacevolmente per radio un brano, la mia attenzione veniva in realtà catturata da alcuni suoni e da come venivano posti nella musica e poi seppi che era Nana. La sua maniera di suonare ha influenzato tanti percussionisti in tutto il mondo, me compreso.
E ora? Chi sono i percussionisti, o più in generale i musicisti, che stimi maggiormente e che influiscono sul tuo approccio allo strumento e alla musica in generale?
Ho ascoltato parecchia musica, oggi ne sto ascoltando molto meno, ho cercato di conoscere percussionisti famosi, non ho mai cercato di “studiarli”, ma di conoscere le loro personalità e la loro professionalità: questo mi ha portato ad esempio a fare amicizia con loro, come nel caso di Trilok Gurtu, di Airto Moreira e Flora Purim, di Glen Velez o a intervistarli per dar loro modo di potersi raccontare come nel caso, ad esempio, di Nana Vasconcelos, Arto Tunçboyaciyan, Cyro Baptista, Egberto Gismonti e di altri. Più in generale ho ascoltato e adorato tantissima musica brasiliana, sono legato anche alle musiche proposte da Manfred Eicher e consacrate nella sua etichetta ECM. Jan Garbarek, Ralph Towner, John Abercrombie, Pat Metheny, Don Cherry, insomma quelli che amano il silenzio e l'integrazione.
Ricordi qual è stato il tuo primo ingaggio?
Francamente no! Anche perché mi sono sempre mosso liberamente senza management sulla testa.

Foto di Mauro Cicchetti
Che strumentazione utilizzi? Sei endorser di qualche marchio in particolare?
Gli strumenti che utilizzo sono in gran parte costruiti da me. Non mi sono mai riconosciuto negli strumenti musicali che esistono in commercio. Ho sempre sentito l'esigenza di un rapporto molto stretto con lo strumento. Ogni strumento ha una sua personalità, un suo suono, perciò bisogna innanzitutto capire come è fatto e cosa è capace di fare: è lo strumento che principalmente determina la musica! Da questi presupposti è scattata la molla che mi ha portato a costruire, a modificare, a migliorare gli strumenti di cui avevo bisogno. Ho sempre cercato di prendere una strada lontana dai cliché, dal business, per non dover mettere dietro al mio set nessuno striscione di nessuna ditta di strumenti musicali. Ogni scelta ha i suoi pro e contro, a volte si vorrebbero entrambi invece uno non va d'accordo con l'altro, bisogna scegliere. Fare l’endorser non mi ha mai particolarmente affascinato, o per lo meno non mi è mai piaciuta la gara/competizione che si instaura tra musicisti in questo tipo di meccanismo. Nonostante questa premessa, mi considero amico e sostenitore della Ufip e in particolare del grande capo Luigi Tronci. Utilizzo suoi piatti, anche originali di cui vado fiero, con un suono eccellente. Se nel mio cammino di ricerca incontro persone disponibili a dedicare il loro tempo, di offrire la loro esperienza per farla confluire nella mia, allora possono nascere delle cose belle e uniche.
Anche se qualche mio strumento dovesse finire in qualche catalogo - ogni tanto si affaccia qualcuno interessato - cercherei di tenere le debite distanze dall’esibizionismo. Mi affascinano, oltre a dare una giusta collocazione ai miei strumenti, gli aspetti che ne derivano: viaggiare, conoscere persone, maturare esperienze.
Quali credi che siano i punti di forza del tuo stile?
Io sono un musicista che ama improvvisare e mi piace suonare con musicisti a cui piace fare musica senza compromessi. Cerco dove è possibile di andare oltre gli stili. Mi piace essere libero anche quando suono.
L’improvvisazione è quello che fa la differenza nella musica. Improvvisazione vuol dire ispirazione momentanea, interazione con il pubblico e con gli altri musicisti. Vuol dire libertà, allargare le proprie idee musicali, formulare idee nuove. Sono attratto dall’aspetto creativo, dallo scambio di emozioni, dal suonare con persone aperte e disposte a mettersi in discussione. Saper riconoscere i propri confini e quelli degli altri, essere consapevoli dove finisce il tuo essere musicista e dove quello dell'altro.
A me piace fare in modo che il suono che ho creato si possa riuscire ad ascoltare in contesti completamente diversi, portando la stessa emozione e soprattutto la mia intenzione. Mettere qualcosa in musica è un privilegio e si deve fare con grande dignità. Ho sempre pensato, e più tempo passa più questa idea matura, che il suono è il vero veicolo di emozioni. Quando in musica faccio cose sottili, faccio rifermento ai simboli, pertanto ai ricordi e alle esperienze. Per questo motivo non gradisco le parole, rumori e effetti. Che poi rumore è quello che disturba, ma cosa è quello che disturba realmente? Se il rumore lo si fa entrare in musica diventa suono e quindi ecco che tutto si ribalta.
Mi piace l’idea di usare gli strumenti a percussione come un’orchestra. Dosare delicatamente i suoni e i timbri che hanno un carattere proprio mi ha sempre affascinato, mi permette di lasciare che gli strumenti possano, senza dover spiegare niente, “parlare per pensare” a beneficio del silenzio, del respiro, dell'improvvisazione, dell’apertura, dove il ritmo è necessariamente presente ma non prevaricante.Il silenzio ha un suo valore e va rispettato. Il silenzio in musica è la miglior musica. Basterebbe concentrarsi nell’equazione: più silenzio, meno note.
Mi piace molto raccontare delle storie attraverso il mio lavoro, usare la voce come equilibro, il silenzio come musica, il timbro come emozione e il ritmo come pulsazione.
Riesci a vivere di musica?
Sono pochi i musicisti che vivono veramente di sola musica. Qualcuno fa diverse attività, altri vivono alle spalle di altre persone, esonerandosi da spese che fanno parte della vita di tutti i giorni e da quella che si chiama responsabilità. L’Arte nel nostro Paese, qualunque essa sia, se non produce tanti soldi non è considerata lavoro. Il fare musica viene considerato semplice divertimento. Non è lontano il periodo in cui capitava che qualche genitore osteggiasse il matrimonio della propria figlia con un musicista e tutto questo ancora fa sentire il suo peso. O sentirsi dire: “si ho capito che sei musicista… ma che lavoro fai?”... ce ne sono tanti di aneddoti.
La differenza sta nel fatto che chi muove un pubblico di migliaia di persone, troverà sempre qualcuno disposto a occuparsi di lui, chi invece muove un pubblico più intimo, sarà lui stesso a doversi occupare di tutto. Questo non significa che uno è più bravo dell’altro, ma che ogni tipo di musica ha il suo pubblico, la sua vendita di CD, il suo cachet. La professionalità ha un costo molto elevato ed è giusto che venga riconosciuta in tutti i mestieri, intendendo per mestiere anche l’essere musicista.
Non riesco a scindere l’uomo dall’essere musicista, quando salgo sul palco porto con me il mio mondo, la mia vita. È come dicevo prima, una questione di responsabilità. È difficile ed estenuante mantenere integra la propria coscienza e la propria coerenza.

Foto di Luciano Serafini
In cosa sei impegnato al momento? E quali sono i tuoi progetti futuri?
È appena uscito l’ultimo cd del flautista sardo Daniele Pasini, ispirato al concerto per flauto e orchestra di Jacques Ibert: si chiama Patatuey, titolo preso da una delle espressioni vocali che ha usato nei miei interventi, in cui suono io e ha partecipato anche mio figlio Leonardo che al momento della registrazione aveva sei anni. Patatuey è stato preceduto dalla pubblicazione del libro/Cd del Marangolo Quartetto Orizzontale, di cui faccio parte. Si tratta di un volume a due facciate: la prima dal titolo Come sto bene qui di Sandro Cappelletto corredata con le foto di Enrico Minasso, la seconda dal titolo Marangolo Quartetto Orizzontale con testi di Antonio Marangolo e Adolfo Francesco Carozzi corredata con le foto di Andrea Repetto e i disegni di Mirco Marchelli. Le composizioni sono tutte di Antonio Marangolo ad eccezione di “Picolé” che è mia. Diciamo che si tratta di un cd “maggiorenne”, perché ha aspettato quasi vent’anni per essere pubblicato. Ne è valsa la pena anche nella forma.
Ho appena fatto dei bei concerti in duo con il saxofonista Antonio Marangolocon cui collaboro dal 1990. Mi auguro che vadano in porto per l’autunno i concerti con il gruppo Ishk Bashad (Giuseppe Grifeo, Mouna Amari, Enzo Rao ed io), un quartetto molto interessante con il quale abbiamo partecipato al Festival Womad di Peter Gabriel di cui è stato fatto anche un Cd. La musica è estremamente stimolante e di qualità. Continuo poi con la mia solo performance “Timbri dal Mondo”, un concerto che ho sempre portato ovunque con ottimi consensi.
Elencaci i tuoi cinque album preferiti di sempre.
Boh!
Film e libri preferiti?
Boh!......
Un genio e un eroe per te. Facci due (o più) nomi e, se ti va, spiegaci perché.
Boh!...........
La volta che ti sei sentito fiero di appartenere al consorzio umano:
…………
La volta che ti sei vergognato di appartenere al consorzio umano:
La vita di tutti i giorni è molto frenetica, piena di stress e arrabbiature, condite spesso da arroganza e poca educazione.
Il gruppo dei tuoi sogni sarebbe formato da te alla percussioni… (completa la formazione)
Non ci ho mai pensato. Sono le coincidenze che mi piacciono, non forzando gli eventi. Il trio con Nana Vasconcelos e Antonello Salis, ad esempio, è nato per caso da una chiacchierata con Nana: lui mi propose di tentare di trovare qualche concerto in trio. La cosa andò in porto e furono fissate le date dei concerti. Non ci siamo mai accordati sulla musica che si sarebbe fatta e durante il primo nostro incontro in un’ora e mezzo stabilimmo la scaletta del primo concerto che facemmo a Roma. Risultato: ottima serata, fortunatamente registrata da cui derivò il cd per la Cajù Record. Creatività per creatività è quello che mi affascina e mi stimola ad andare avanti. Troppe persone hanno idee, ci sono persone che sono un fiume di idee, ma saperle realizzare e renderle speciali è un dono di pochi.
Editoriale - Chitarre Settembre 2010 2 Sep 2010, 1:30 am
In Italia si fa ottima musica, ma per trovarla serve la voglia di uscire dal martellamento radiotelevisivo, mettere il naso fuori dai circuiti tradizionali. Noi l’abbiamo fatto e abbiamo scoperto artisti strepitosi. Tra loro Adriano e Cesare, meglio noti come Bud Spencer Blues Explosion, a cui abbiamo dedicato la copertina di questo numero, affiancandoli idealmente a star del calibro di John Mayer, Slash e John 5. E dopo aver letto la cover story e studiato gli esempi, gustatevi i due “Bud” nei video che trovate su Accordo digitando nel motore di ricerca il codice @39690.Torna la didattica, ampliata e rinnovata, coordinata da Gianni Rojatti. Abbiamo messo assieme una squadra di musicisti di valore assoluto: Dan Gilbert, Guthrie Govan, Marco Sfogli, Raffaello Indri, Daniele Persoglio, Enrico Sesselego, Lorenzo Feliciati, Fabio Trentini e Paolo Giordano, i loro profili sono nella pagina di apertura della sezione. Una prima puntata volutamente rock, ma a ottobre torna l’acustica in grande stile con Franco Morone, Roberto Della Vecchia, Paolo Giordano, Paolo Pilo e mr. Paolo Somigli in persona, di nuovo in redazione dopo una pausa sabbatica. È un piacere e un onore riaverlo tra noi.

Fate attenzione alla prova del Mesa Boogie Transatlantic, c’è la new entry Vincenzo Tabacco, guru dell’elettronica, che da questo mese apre per noi gli amplificatori per capire come sono fatti dentro. Vincenzo ne sa una più del diavolo, scrivetegli a chiedilo@gruppoaccordo.it e risponderà ai vostri quesiti su ampli ed elettronica.
Il ritardo con cui alcuni abbonati ricevono la rivista è inaccettabile, ne siamo consapevoli e stiamo intervenendo su vari fronti. Abbiamo anticipato la consegna dei pdf e cambiato il sistema di spedizione, che ora avviene direttamente dalla tipografia. Entro ottobre il problema sarà risolto definitivamente. In più, col nuovo e-commerce agganciato al database di Accordo, gli abbonati potranno leggere online la rivista il giorno stesso in cui va in stampa, in attesa di ricevere la copia cartacea. Abbiate ancora un po’ di pazienza, ma sistemeremo questa cosa.
PS: con il primo settembre parte l’organizzazione della 33esima edizione del Milano Guitar Show SHG, che entra a far parte del Gruppo Accordo. Tra le novità ci sono l’ampliamento della superficie espositiva, una nuova logistica per evitare la ressa nelle sale, spazi demo separati per mantenere i volumi a livelli accettabili, costo del parcheggio dimezzato, camere a prezzo di favore, ristorazione migliore e più efficiente. L’esposizione si svilupperà su tre sale, con più espositori, più strumenti, eventi di maggior qualità e una grande sala dedicata al vintage. Segnatevi in agenda il 14 novembre, soprattutto gli abbonati a Chitarre, perché entreranno gratuitamente.
Alberto Biraghi
Mackie Onyx 1640i - Prima parte 1 Sep 2010, 7:01 pm
In un mondo che (…no, Battisti/Mogol non c’entrano) ha effettuato una decisa sterzata verso il digitale, continuare a costruire e perfezionare mixer analogici può sembrare un capriccio d’artista. Non è così: a parte il fatto che Mackie gioca con altrettanta disinvoltura sui tavoli analogico e digitale, la linea dei prodotti full analog concepiti dal grande (in tutti i sensi) Greg Mackie rispetta a sempre un cocktail di prestazioni, prezzo, robustezza, funzionalità in grado di soddisfare l’utente più puntiglioso. Non è cosa da poco, specialmente in questo periodo.
Perché un mixer analogico? Perché, fino a prova contraria, offre un’interfaccia utente completa: tutti i canali hanno tutti i controlli al posto giusto, sono facilmente raggiungibili in tempo reale e - a patto di riuscire a contenere il rumore di fondo (il che significa scegliere una buona componentistica e saper regolare con accortezza i livelli) - possono dare tante soddisfazioni. Per semplificare ancora il discorso: se si impara a gestire un mixaggio live o recording su una struttura analogica, poi non ci saranno problemi ad espugnare il funzionamento di un mixer virtuale (su monitor, controllato in punta di mouse) o digitale hardware. Se poi il mixer analogico in questione, come nel nostro caso, tanto analogico non è, ma offre anche una robusta sponda digitale, le cose volgono decisamente ancora al meglio.

Ma Onyx 1640i è analogico è digitale?
Tutti e due: il mixer di per se stesso è un full analog: la circuitazione audio è tutta compresa nel dominio analogico, dall’ingresso di segnale fino alle uscite; ma, in aggiunta, l’apparecchio incorpora una potente interfaccia audio FireWire che gestisce 16 ingressi e 16 uscite. Opzionale, nella versione precedente, di serie in quella attuale, l’interfaccia permette quindi di convertire - in maniera del tutto trasparente per il musicista - 16 eventuali flussi audio ricevuti dal Mac/PC e convogliati in altrettanti canali input e 16 flussi audio in uscita (gruppi, mandate ausiliarie, uscite dirette, buss stereo ecceteraa), indirizzabili in precisi punti del software che riceve i dati.

Software? Quale software? Parecchi: Onyx 1640i può lavorare con ProTools LE M-Powered (bisogna solo scaricare un driver apposito), con Cubase, con Logic, con Sonar, ovviamente con il multitraccia proprietario Traktion… insomma, con tutti i sistemi DAW che si basano su ASIO, AU, RTAS. Il driver Mac/PC è fornito su un CD in dotazione (nel nostro caso, il CD mancava, ma è stato comunque possibile recuperare i dati direttamente dal sito Mackie); la sua installazione è praticamente indolore ed il suo funzionamento esemplare. Come dire che, al prezzo di un (notevole) mixer analogico, vi vendono anche una scheda audio multicanale. Decisamente niente male.
Diciamo subito che, quando si gestiscono i ritorni audio dal computer, cioè quando - per dire - 16 tracce audio di Logic vengono riversate nei 16 canali d’ingresso del mixer, l’automazione dei livelli deve avvenire dentro il programma e non avrà un riscontro visivo nell’hardware del mixer: non ci sono fader motorizzati o altri sistemi di movimento controllato a distanza; ma questa è l’unica pecca del sistema. Come vedremo in seguito, con un Mac/PC e Onyx, si può andare dal vivo potendo contare su tutta la potenza di fuoco del software DAW, dei suoi plug-in, di tracce backing precedentemente realizzate, di trattamenti digitali in tempo reale.

La famiglia Onyx
Quattro modelli, tutti dotati di FireWire integrata, differenziati per dimensioni e dotazione: il più piccolo Onyx 820iha 3 ingressi microfonici/linea e 2 ingressi stereo, equalizzazione a 3 bande, 2 aux send, buss stereo di uscita, FireWire 8x2; poi il modello Onyx 1220i, con 4 ingressi mic/line, 4 ingressi stereo, stessa configurazione aux/eq, FireWire 16x2; salendo di classe, arriviamo a Onyx 1620i, con 8 ingressi mic/line, 4 ingressi stereo, stessa configurazione aux/eq, FireWire 16x2; e finalmente arriviamo all’oggetto del contendere, il modello di punta, ovvero…

Onyx 1640i in breve
È un mixer con 16 canali d’ingresso line/mic, erede potenziato del mitico 1604 di antica memoria; i canali audio convergono verso 4 buss smistabili a discrezione dell’utente e, in aggiunta, sul buss stereo left - right. Ciascun canale è dotato di 6, dicasi seimandate ausiliarie (individualmente regolabili pre o post fader), equalizzazione a 4 bande con lo-mid e hi-mi semiparametrici.
L’interfaccia FireWire incorporata gestisce le mandate aux, i quattro gruppi, gli ingressi, l’assegnazione pre/post eq per tutti i canali. La costruzione è “heavy metal” (quindici chili di sostanza, senza un filo di grasso), con la consueta predisposizione per il montaggio rack con o senza connessioni riportate sul frontale (tramite rotopod opzionale). Dal punto di vista degli ingombri, Onyx 1640i può essere alloggiato in 12 unità, facendo ruotare all’indietro il blocco connessioni, o in 16, mantenendolo verso l’alto come in condizione di default (e, di fatto, impedendo il collegamento…), o in 17 unità con la rotazione sul frontale. A margine, segnaliamo che è disponibile una bella borsa imbottita per facilitare il trasporto a spalla… urgh!
Nelle prossime due parti della prova, ci occuperemo di connessioni, channel strip, master module, FireWire, eccetera. Nel frattempo, buona lettura.
Gli appuntamenti - chitarre Settembre 2010 1 Sep 2010, 4:00 am
Agosto si è appena concluso, ma l'ondata dei grandi concerti estivi non sembra arrestarsi. Questo del 2010 si preannuncia un Settembre altrettanto di fuoco per gli amanti della buona musica internazionale. Un grandissimo ritorno sui palchi di tutto il mondo è quello dei mitici Supertramp che festeggiano così i loro quarant'anni di carriera.Sarà la magica cornice dell'Arena di Verona a ospitare la tappa italiana del tour della band inglese il 7 Settembre. Non perdiamo l'occasione di assistere allo show di uno dei colossi della musica pop internazionale, specie noi chitarristi, vista la presenza nella band dell'immenso Carl Verheyen alla chitarra. Puntiamo il nostro browser su Livenation per i dettagli, costi e disponibilità dei biglietti per entrambi i concerti.

Dopo i Supertramp l'Arena di Verona rimarrà bollente e in fermento per l'arrivo di un altro grande artista dei nostri tempi: Peter Gabriel. L'ex frontman dei Genesis il 26 settembre porterà sul palco di Verona una tappa del "New blood tour": Niente chitarre, niente batteria ma solo la sua inimitabile voce e l'orchestra, esattamente come sulla sua ultima uscita discografica Scratch my back.
Per rimanere in tema di giganti della musica la capitale, grazie alla fondazione Roma per la musica, è pronta a ospitare Elton John (insieme a Ray Cooper) all'Auditorium Parco della musica il 19 e 20. Le altre date sono il 17 al teatro Arcimboldi di Milano, il 23 al teatro politeama di Catanzaro e il 24 al teatro Antico di Taormina.
Se la classe e l'eleganza di Elton John, però, non sono nelle nostre corde e siamo più ruvidi, anticonformisti e bisognosi di energia pulita allora prepariamoci a pettinare per beninino la nostra cresta: la legenda punk dei Misfits torna a Roma il 19 all'Alpheus.
Per gli amanti della musica pesante in tutte le sue forme, da quella più melodica a quella più growl, ci ha pensato la Live accontentando tutti i gusti con una serie di concerti che dire imperdibili sarebbe poco. Innanzitutto il ritorno dei Guns n' Roses al Palalottomatica di Roma il 4 e al Mediolanum Forum di Milano il 5. Axl Rose canterà i brani tratti dal recente "Chinese Democracy" e tutti i vecchi successi della storica band americana. Per gli amanti della seicorde è un’occasione buona per sentire e vedere all’opera al posto di Slash un altro grande guitar hero dal nome Ron Thal, in arte Bumblefoot.
Forti della nuova uscita discografica, Gold Cobra, e il recupero in formazione del genio chitarristico di Wes Borland, il 18 settembre toccherà ai Limp Bizkit incendiare con il loro NU metal il Palasharp di Milano che, se resiste, ospiterà il 22 anche il re del metal Ozzy Osbourne e i Korn con un album fresco fresco di uscita: Korn III: remember who you are. Mancherà nella band di Ozzy, ahimè, l’impatto violento e animale della chitarra di Zakk Wylde, ma il nuovo acquisto Gus G. non dovrebbe farci rimpiangere l’ex biondo axeman di Osbourne. Conclude il cartellone degli eventi di settembre della Live il concerto dei Dimmu Borgir all'Alcatraz di Milano.
Come contorno a questi grandi eventi ci sono altri concerti di tutto rispetto e di altrettanta qualità come i Placebo il 3 a Udine, gli Arcade Fire il 2 a Bologna al Parco Nord e per finire gli EELS il 15 settembre all'Alcatraz di Milano.
Per finire segnaliamo agli amanti della didattica e ai chitarristi più volenterosi il campus di Guthrie Govan a Orosei (NU) dal 1 al 4 settembre e l'inizio del corso di diploma di Scott Henderson presso la scuola di musica Ladybird Project di Roma. Insomma anche per Settembre l’Italia ne sentirà delle belle…
La nuova didattica di Chitarre 1 Sep 2010, 1:30 am
Con questo numero di settembre, Chitarre inaugura una didattica totalmente rinnovata. La possibilità di studiare un genere musicale da un musicista che in quel genere è specializzato e altamente qualificato offre una serie di stimoli e possibilità di approfondimento unici. Su questa idea di base mi sono mosso per creare il team di docenti che sono fiero di presentarvi.
Dan Gilbert, insegnante più famoso e richiesto del Musician Institute di Los Angeles, ci guida a un approccio solistico Blues moderno e ricercato, sempre con un occhio strizzato alla tradizione.
Marco Sfogli è la punta di diamante della chitarra prog metal italiana e suona nella band di James LaBrie, cantante dei Dream Theater. Studieremo con lui tecnica solistica, partendo da quella più ostica e ambita, la pennata alternata.
Guthrie Govan è il punto d'arrivo vivente della chitarra moderna e shred. L'ho "vivisezionato" in una lunghissima intervista video che mi ha permesso di creare un'analisi stilistica davvero dettagliata. La presenteremo attraverso più appuntamenti che spazieranno dalla ritmica al fraseggio modale; dallo shred estremo al hybrid picking.
Raffaello Indri è un metallaro verace che gira l'Europa con una band di death metal melodico, gli Elvenking . Nella sua rubrica affronterà l'aspetto più interessante e innovativo del metal degli ultimi venti anni, la ritmica.

Questo primo numero l'abbiamo voluto fortissimamente e rumorosamente Rock. Ma, dal prossimo, ampio sarà lo spazio dedicato all'acustica. Franco Morone, Paolo Giordano e Roberto Dalla Vecchia, i tre giganti della chitarra acustica italiana, saranno presenti con le loro lezioni di fingerstyle, flatpicking e tapping abbinato al fingerpicking. Ad affiancarli, il selvaggio della chitarra manouche e beniamino di Accordo, Paolo Pilo. E continueremo a muoverci attraverso i generi: jazz rock con Marco Gerace e flamenco con Ignacio Fernandez Munoz.
Vera novità è una sezione chiamata Band! pensata per chi suona in un gruppo. Si parlerà di registrazione e produzione della propria musica, di attività live e - con le prossime lezioni di Alex Massari e Paolo Somigli - di arrangiamento di canzoni attraverso lo studio e l'elaborazione di celebri successi. In questo numero ci addentriamo nel lavoro in studio di registrazione con Daniele Persoglio, musicista e produttore che ha lavorato con Finley, Punkreas ed Extrema ed Enrico Sesselego, fonico di Paul Gilbert e Steve Vai.
In Band! dedicheremo ampio spazio a generi musicali come il pop, il punk e il reggae, praticati e amati da tanti gruppi, ma sempre trascurati nella didattica.
Non abbiamo dimenticato il basso elettrico coinvolgendo Lorenzo Feliciati, turnista e clinician affermato e Fabio Trentini, bassista delle Orme e produttore.
Feliciati presenta un vero e proprio corso di basso: tecnica, impostazione, armonia fino all'analisi avanzata di più stili musicali. Trentini ci invita allo studio di tante valide linee di basso, rispolverandole da vecchie produzioni del passato.
Ogni lezione avrà un suo supporto video o audio qui su Accordo e ci sarà sempre una guida al suono suggerita dal docente, per affrontare il materiale didattico proposto già con un suono centrato e funzionale all'esecuzione.
In ogni lezione saranno presenti degli ascolti consigliati. Dischi suggeriti dall'insegnante per contestualizzare il materiale didattico proposto e trovarne ulteriori spunti.
Buon lavoro!
Moog Music MIDI MuRF in uso - Terza Parte 31 Aug 2010, 1:30 am
Chiudiamo il discorso "pratico" sul MIDI Murf verificando le possibilità offerte dall'implementazione MIDI dell'apparecchio: oltre al controllo a distanza, ad eempio tramite una master keyboard (ma nessuno vieta di scrivere vere e proprie tracce di automazione dedicate all'apertura e chiusura dei filtri), è prevista la possibilità di editare i pattern interni usando un software Pattern Editor disponibile gratuitamente sul sito web Moog Music. L'offerta, anche senza testa di cavallo mozzata, è di quelle che non si possono rifiutare...L'automazione ed il controllo a distanza favoriscono l'integrazione del MIDI MuRF all'interno di un network che non sia solo dedicato allo "smanettamento analogico", ma che preveda anche comportamenti in qualche maniera più ripetibili o - quantomeno - controllabili.

Tra l'altro, non ci risulta finora ma speriamo di essere smentiti a breve, rimane ancora da approfondire tutto il potenziale espressivo offerto dall'impiego combinato - sotto MIDI - del MuRF e dei sintetizzatori considerati come un unicum timbrico facilmente controllabile.
Occorre rimboccarsi le maniche...
Buona visione.
Drumming in progress: intervista a Dario Ciccioni 30 Aug 2010, 2:00 am
"Dario Ciccioni è giovanissimo e suona metal da paura, con personalità e musicalità. È il nostro metallaro del futuro." Così scriveva Christian Meyer nel 2007 a proposito di uno dei batteristi più promettenti tra le nuove leve italiane.Nel frattempo il futuro è diventato presente e Dario Ciccioni non ha mai smesso di confermare, un disco dietro l'altro e concerto dopo concerto, che il Batterista Bobo ci aveva visto giusto. Nato nel gennaio del 1984 a Novafeltria (RN), una laurea in Biotecnologie conseguita nel 2006, Dario ha molto da dire come uomo e musicista e lo fa sempre in maniera impeccabile, con modestia, intelligenza ed equilibrio. Le registrazioni del terzo lavoro dei Twinspirits ci offrono lo spunto per sapere qualcosa di più su di lui e i progetti che lo vedono coinvolto tra Italia e Germania.

Dario, a quando risale il tuo primo incontro con la batteria? E quali sono stati i momenti salienti nella storia della tua formazione musicale?
La curiosità per il ritmo e le percussioni è sempre stata parte di me. Ho imparato a coordinare mani e piedi su un piccolo drumkit giocattolo prima ancora di imparare a leggere e scrivere. Ho iniziato a prendere le prime vere lezioni da un insegnante privato all'età di 11 anni. Le lezioni toccavano diversi argomenti, dal puro rudimento all’applicazione di pattern moderni, accompagnati dalla lettura e trascrizione di intere canzoni. Parallelamente ho sempre avuto la fortuna di suonare in diverse formazioni con le quali poter applicare gli insegnamenti che man mano apprendevo, costruendo il mio piccolo bagaglio di esperienza in giovanissima età. Questo credo sia stata una grandissima e determinante fortuna, sia perchè mi ha permesso di non annoiarmi (sappiamo quanto può essere frustrante lo studio dei rudimenti fine a se stesso...) e nello stesso momento mi ha esposto da subito alle problematiche classiche del palco, che raramente vengono trattate durante le lezioni.
Analizzando il tuo approccio allo strumento si percepisce chiaramente quanto Deen Castronovo sia stato per te una grande influenza...
Hai ragione! Lo stile di Deen è una fonte inesauribile di ispirazione per me: abbiamo lo stesso concetto di drumming. Ma al contrario di quanto possa sembrare, i miei riferimenti sono molto trasversali. Oltre ad essere legato a batteristi heavy (vedi appunto Castronovo, Haake, Hoglan), trovo sempre molto stimolante analizzare i maestri del groove, indipendentemente dal genere. Adoro il volume di John Bonham, la musicalità di Keith Carlock, lo stile irriverente di Adam Deitch, il trasporto di Steve Jordan... e da tutti rubo qualcosa...
La tua carriera musicale è caratterizzata dal legame quasi simbiotico con Daniele Liverani: quando e come è nata la vostra collaborazione?
L'incontro tra me e Daniele è stato assolutamente casuale. Era il 1998 e mi trovavo ai Fear Studio di Alfonsine a registrare una demo con la prima prog-band in cui ho militato, gli Opera. Daniele abita a poche centinaia di metri dallo studio e spesso ci trascorre un po’ di tempo libero ad ascoltare qualche band emergente. Il caso ha voluto che un giorno passasse proprio mentre stavamo registrando e si interessò subito alla band e a me, all’epoca quattordicenne. Mi contattò poco dopo e iniziammo a trovarci ogni domenica per suonare e registrare idee. Dopo circa sei mesi avevamo più di un’ora e mezzo di demo su cui lavorare! Da lì è nato Daily Trauma, il disco strumentale che ha poi visto la luce nel 2004, e sulle stesse sonorità è nata tutta la trilogia Genius.
Daily Trauma e Genius non sono gli unici progetti ai quali avete dato vita. Negli ultimi anni si sono aggiunti anche Khymera e Twinspirits. Ce li descriveresti iniziando con il presentarci i musicisti coinvolti? Inoltre come cambia, se cambia, il tuo approccio in questi dischi a volte anche decisamente diversi tra loro?
Twinspirits e Khymera sono due progetti nettamente diversi sotto tanti aspetti. Il progetto Khymera nasce dalla volontà di Frontiers Records di coinvolgere una voce storica come Steve Walsh in uno studio-project in stile tipicamente AOR. I pezzi erano già stati selezionati tra un catalogo di demo di cui l'etichetta era già in possesso e Steve si è rivelato da subito interessato alla cosa, nonostante fosse a sua volta al lavoro su un album solista. Così Frontiers ha chiamato Daniele per sapere se il team di Genius fosse interessato a registrare la musica per questa release, e abbiamo ovviamente accettato. Nonostante Khymera non sia una band, ma uno studio-project, sono molto fiero di parteciparvi e le soddisfazioni non sono state poche nel corso degli anni: la prima release con Steve Walsh, in cui due brani portano la firma di Giorgio Moroder, la seguente collaborazione con Dennis Ward (Pink Cream 69) alla voce e alla produzione (e anche al basso nell'ultima release), il reclutamento di Tommy Ermolli alle chitarre, e non da ultimo i dati di vendita dei tre album pubblicati che nonostante il periodo tutt'altro che roseo sono sempre soddisfacenti. Tantissimi fan chiedono a gran voce un debutto live per questo progetto... dal canto mio spero di poterli accontentare presto! Twinspirits invece è una vera band, nata dall'incontro tra me, Daniele Liverani, Tommy Ermolli e Alberto Rigoni. Al microfono lo svedese Goran Nyström ha sostituito Søren Adamsen nel 2008 (ora in forza nella reunion degli Artillery). È questa la formazione che sta lavorando alla terza release.

Veniamo ora proprio al nascituro terzo capitolo dei Twinspirits, che vi vede in studio in questo momento: che strumentazione hai utilizzato per le session?
Questa volta ho scelto un set "ibrido", composto da fusti Sonor Delite (cassa 22"x18", tom 10" e 12", timpano 14") e Tama (timpani 16" e 18") a cui ho aggiunto un rullante in acero DW 14"x5". Sono riuscito a montare entrambi i tom davanti a me, leggermente spostati a sinistra per lasciare spazio al ride. Ho poi sistemato i timpani da 14" e 16" alla mia destra e il timpano da 18" a sinistra. Per quanto riguarda i piatti, tutti rigorosamente Paiste, ho usato un ride Dark Energy Mark II 21", un hh Signature Medium 14" e un Alpha Sound-edge 14", crash Alpha 18" e 20", china Alpha 17" thin e 18", e un trash-set composto da un china Alpha 16 con sopra uno splash da 8" rovesciato. Da qualche anno mi sono abituato a utilizzare anche in studio un sistema in-ear monitor invece delle classiche cuffie e devo dire che questa soluzione mi permette di lavorare con volumi molto controllati e meno stress. Utilizzo un sistema Shure composto da auricolari SCL5, molto isolanti e con un'incredibile risposta in frequenza, e dal bodypack P2R, che grazie al limiter integrato mi salvaguarda da eventuali picchi di volume. Questo setup mi garantisce un ottimo ascolto e fa molto felici i fonici che non devono più preoccuparsi dell'eventuale rientro del click nei panoramici.
Continuerete sulla strada tracciata con i precedenti The Music that Will Heal The World e The Forbidden City o le nuove composizioni se ne discosteranno stilisticamente?
Anche se indubbiamente c'è una certa uniformità stilistica tra i tre album, credo che si avverta in questo nuovo lavoro una maturità maggiore sia per quanto riguarda la stesura dei brani, ora più diretti e "live oriented", sia a livello di scrittura delle parti. Mi spiego meglio, portando ad esempio proprio il mio strumento. I brani degli album precedenti sono stati scritti in sala prove e le parti di batteria sono nate spontaneamente improvvisando col resto della band. Questo approccio dona al sound della band una certa compattezza, ma inevitabilmente ci si ritrova a suonare idee già radicate nel proprio stile. Per questo disco invece ho lavorato diversamente. Sapendo che non avremmo trovato il tempo di riunirci in sala prove assiduamente, abbiamo deciso di lavorare "a distanza", per cui ho scritto tutte le mie parti utilizzando un sequencer MIDI. Anche se può sembrare paradossale, scrivere pattern e fill sulla griglia di un sequencer mi permette di concentrarmi molto di più sul resto degli strumenti e di comporre parti che altrimenti non avrei mai pensato.
Un disco molto interessante nella tua discografia è The Glorious Sickness degli empYrios, forse il più duro che tu abbia mai registrato: ci racconteresti qualcosa di quell'esperienza?
Oltre che appassionato di progressive, sono sempre stato un fan di band quali Meshuggah, Fear Factory, Rammstein et similia, per cui quando mi è stato proposto di entrare a far parte di una band come empYrios, il cui genere è un'ottima sintesi di prog, trash ed elettronica, ho pensato che mi sarei di certo divertito! Quando sono arrivato nella band, i pezzi di The Glorious Sickness erano già scritti e pronti per essere registrati per cui non ho fatto altro che studiare (sodo!) e andare in studio a sudare. Il vantaggio di farsi produrre da un membro della band (Simone Mularoni è anche un fonico eccezionale, oltre che chitarrista e mastermind della band) è che si ha ben chiaro da subito il risultato che si vuole ottenere e si lavora al 100% in un'unica direzione. Questo ha permesso di registrare tutte le parti di batteria in soli 2 giorni e di completare il disco in meno di due settimane. Il leitmotiv di questa produzione è stato "creare un muro sonoro", anche a costo di rinunciare alle dinamiche, motivo per cui ho suonato delle take sempre "a tutto volume", prediligendo la precisione e la potenza. Questo, unito alle ritmiche portentose di basso e chitarra e all'apporto di sequenze elettroniche ha dato vita al nuovo sound empYrios.

Su quali argomenti e concetti stai studiando attualmente?
Ultimamente sto mantenendo un'attività live molto eterogenea. Continuo a spostarmi tra Italia e Germania per seguire le mie band ma mi concedo di accettare ingaggi di ogni tipo, dalla cover band rock alle collaborazioni con cantautori. In questo modo riesco ad avere una visione più ampia dello strumento e soprattutto tengo lontana la noia da routine. Contemporaneamente mi dedico all'insegnamento privato nel mio studio: pochi allievi che riesco a incontrare singolarmente e con scadenza settimanale.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
A partire dal 25 settembre sarò in tour insieme a John Macaluso (ARK, Y.J. Malmsteen, James LaBrie) per una serie di clinic in giro per l'Italia. Troverete tutti i dettagli anche su questo portale. John ci parlerà soprattutto dell'album Burn The Sun degli ARK (considerato da molti uno degli episodi prog-metal più interessanti dell'ultimo decennio), ma anche di argomenti tecnici tratti dal suo libro Repercussions e di vita on the road in generale. Credo sarà un evento molto interessante e un po' fuori dagli schemi! Coglieremo l'occasione anche per far conoscere nuovi prodotti offerti dai nostri sponsor, GMS drums, Paiste, Vic Firth e Evans. Per quanto riguarda l'autunno sarò ancora impegnato per qualche data con gli Hartmann, e probabilmente torneremo in tour anche con i Twinspirits. Entro la fine dell'anno rientreranno in studio anche gli empYrios per dar vita alla terza release, ma spero avremo modo di riparlarne!
Van Halen M2Guitars, un sogno che si avvera 30 Aug 2010, 1:30 am
A volte i sogni diventano realtà, anche se ci vuole tempo e pazienza. Tempo fa scrissi un articolo nel quale esprimevo il desiderio di possedere la chitarra del mio idolo ma che ,per ovvie ragioni di mano essendo mancino, non potevo avere. Cosi pensai: perché non farsela fare da un liutaio? Ecco com’è andata a finire.
Vi presento la mia AlexAJ MusicMan Replica! Si lo so il nome non è proprio il massimo, ma veniamo a noi. Diciamo subito che quest’articolo lo scrivo a distanza di dieci mesi dalla consegna dello strumento, in maniera tale da aver acquisito un minimo di confidenza con la chitarra in questione.
Ho passato i primi mesi nella ricerca di un liutaio in zona Arezzo, che abbinasse qualità e precisione costruttiva con un prezzo che fosse abbordabile. All’inizio ho contatto un mio amico che si dilettava nella liuteria, ma che per motivi personali ha abbandonato l’attività semi professionale, limitandosi a riparazioni o lavori per sé, ma che al contempo mi ha indirizzato verso un altro liutaio in zona, M2Guitars.

Avendo avuto riscontro favorevole anche da altri amici e conoscenti riguardo l'azienda, la contatto tramite email per avere un preventivo e poi fisso un appuntamento, per vedere e parlare di persona nonché definire i dettagli del progetto.
M2Guitars, è la divisione liuteristica di una piccola azienda/laboratorio, M2Wood, che oltre a realizzare diverse tipologie di strumenti musicali (non solo chitarre elettriche, acustiche o classiche) vende anche tavole di legname a terzi per la realizzazione di strumenti in proprio.
Preso contatto arrivo in loco, una località vicina al comune di Poppi, e incontro Davide Maggi, che sarà poi l’artefice della chitarra in questione.
Mi mostra il laboratorio, poi mi introduce nel stanza di stoccaggio dei legnami, facendomi vedere le varie essenze e dandomi spiegazioni e consigli riguardo le loro caratteristiche. Alla fine della visita ci mettiamo d’accordo e scelgo le varie caratteristiche della chitarra, poi passo a scegliere personalmente le tavole di legno da dove verranno prodotti il top e la tastiera del manico.
Iniziano i lavori con qualche intoppo a causa della scarsa reperibilità di alcune componenti mancine, che causeranno poi un allungamento dei tempi di consegna.

In definitiva le caratteristiche salienti sono le seguenti.
Corpo in ontano con top in acero quilted, manico in acero marezzato europeo con taglio di quarto in maniera da avere una struttura meno soggetta a torsioni e curvature. Davide, durante la spiegazione, mi espone le sue teorie a riguardo e mi sconsiglia un manico completamente in acero occhiolino, preferendo una struttura in un pezzo unico su cui poi verrà riportata in acero birdeyes di adeguato spessore, così da dare una struttura stabile. Completano il manico dei segnatasti in abalone, mentre per la finitura ho scelto il satinato in quanto lo preferisco per scorrevolezza. Il manico poi viene avvitato al corpo con cinque viti senza placca posteriore e con una sagomatura che agevola l’accesso ai registri più alti.

Meccaniche Hipshot quattro più due in madreperla, sistema a doppio bloccaggio con FloydRose Original, anche se all’inizio avevo optato per il Gotoh, di cui però non si riesce a trovare il locking nut mancino.
Una caratteristica che ho mantenuto rispetto all’originale è la modalità di funzionamento del ponte, in quanto ho voluto che si appoggiasse al corpo in posizione di riposo, anche se questa scelta permette solo di poter abbassare l’intonazione.
Questo perché, nel caso si rompa una corda, non si rischiano grossi problemi di scordature, ma soprattutto per la stabilità del ponte stesso e di una migliore trasmissione delle vibrazioni tra ponte, corpo e manico.
Un'altra scelta interessante è stata quella di mantenere solo il pot del volume. In questo modo ho ottenuto una chitarra in cui suono di ponte e manico sono molto diretti, diversi, ma con una versatilità di fondo molto interessante e del tutto inattesa.

Per quanto riguarda i pickup la scelta per il manico è stata facile, Air Norton, mentre per il ponte ci sono voluti mesi. All’inizio avevo pensato al Custom 78 Seymour Duncan, poi ho ripiegato sul DSV di casa Suhr, ma la reperibilità era problematica, mentre alle fine ho optato per il PAF 36th Anniversary Di Marzio, che per sonorità mi è piaciuto molto nei sample. Il problema è stato che dal momento dell’ordine alla disponibilità e consegna sono passati dei mesi, difatti stavo per optare per i Pickup I-Spira , ma nel momento dell’ordine, mi è arrivata la notifica della spedizione del PAF.
Anche se titubante all’inizio, devo dire che il manico, nonostante la forma pronunciata, riempie la mano molto bene permettendo una gestualità confortevole.
A livello timbrico la chitarra già da spenta suona bene, con un discreto volume, mentre da amplificata tira fuori la sua personalità.
Data la mancanza di un controllo di tono mi aspettavo suoni molto generosi di alte, invece devo dire che, nella posizione al manico specialmente, il suono rimane abbastanza corposo da permettere alcune escursioni in ambito jazz, e con timbriche che ricordano un po' Gibson (onde evitare un crogiolo di contestazioni, voglio precisare che abitualmente suono con un equalizzazione molto ricca medie, bassi e con alti non troppo pronunciati), mentre al ponte si scatena ridando quel suono aggressivo, ma non ingolfato da distorsioni estreme,con cui fare armonici artificiali, naturali e tapping risulta essere molto facile.
Unica pecca, ma di facile soluzione, il pot del volume che credo sia di tipo lineare, in quanto durante l’escursione si ha un abbassamento di volume moderato e un calo di distorsione minimo, in futuro penso di optare per un cambio in favore di un logaritmico.

Tirando le somme , posso dire che l’investimento a dispetto del rischio è ampiamente ripagato. In effetti, a mio avviso, nel commissionare uno strumento a un liutaio si corre un piccolo rischio, perché non si avrà mai la certezza della bontà dello strumento fino al momento della consegna. Credo anche che chi si avventura in questa strada deve mettere in conto una svalutazione dello strumento a prescindere dalle qualità dello stesso, a dispetto magari di altri prodotti di liuteria Made in USA, più apprezzati dal mercato a volte anche ingiustificatamente, e soprattutto deve avere idee ben chiare di cosa vuole e come la vuole, evitando cosi di spendere soldi inutilmente rimanendo a volte profondamente insoddisfatto.
Alla fine sono molto contento, ho uno strumento equilibrato che in accoppiata con il mio setup dà molte soddisfazioni, ora non mi resta che diventare una guitarraio adatto a cotanta chitarra.
TC Electronics Vintage Overdrive 29 Aug 2010, 2:00 am
Mi è impossibile parlarvi di questo effetto senza raccontarvi come mi è arrivato fra le mani. Un po' come il bicchiere d'acqua prima del caffè. Perché lo ricordo bene quel pomeriggio poco prima dell'imbrunire, ero ancora frastornato dai mille mila negozi di musica di Rue Victor Masse, in quel particolare inverno a Parigi.Negozi un po' troppo nuovi a dire il vero, a parte una, o forse due eccezioni. Un po' più verso nord, sempre nel mitico quartiere Pigalle, che a molti evocherà le più strane visioni, scoraggiato dal vedere qualcosa di genuino, in un vicolo andai a sbattere in un negozio quasi completamente privo di insegne dalla cui vetrina mi ammiccavano sornioni degli effetti per chitarra e compressori delle più svariate marche e colori. Subito rimasi colpito dai prezzi piuttosto al di sotto della media dell'usato italiano. Entrai.

Invaso dal profumo di legno e ruggine dei migliori negozi dell'usato, una competente commessa mi guidò verso un ottimo Fender a valvole e una Telecaster d'ordinanza. L'amplificatore era privo del suo tolex e quindi color legno laccato. Il TC Electronics Vintage Overdrive venne estratto dalla vetrina. Ebbi la possibilità di giocare anche con un Roland Jazz Chorus (e Django probabilmente dall'alto rideva di me). Il simpatico padrone del negozio mi intratteneva con le sue storie in francese, e io rispondevo per quanto possibile a quei tempi. Tutto trasudava molta, moltissima passione. Così uscii e sferzato dalla tramontana sorridevo mentre pregustavo il momento della sua prima volta in terre sud-orientali, con in tasca la fattura e il certificato di garanzia dell'usato della durata di sei mesi (civiltà), e tutto sommato contento della mia esperienza in Francia.
Il momento della prova arrivò non molti giorni dopo. Non avevo mai dimenticato il mio ottimo TC Electronics Tube Primer, quello con il booster, poi venduto per il gusto dell'esplorazione e del baratto (da me recensito su queste pagine). Impossibile non notarne la parentela, essendo inoltre della stessa serie. Tuttavia escluderei di reputarlo un Tube Primer senza il booster. Perché, se quest'ultimo, oltre a essere quasi in tutto e per tutto simile al Moller della T-rex, è stato in qualche modo concepito per simulare la reazione saturata di un amplificatore valvolare laddove valvole non ce ne sono, l'overdrive qui presente invece sembra essere in un certo senso più selvatico, un drive appunto. Le sensazioni e le considerazioni saranno in ogni caso, inevitabilmente, per certi versi piuttosto simili. Il range va dal booster al gradevolissimo sferragliare con accordi pieni. Compressione praticamente minima e suono molto europeo, senza essere per forza British, e questo a molti piace. A bassi regimi salta immediatamente all'orecchio l'aggiunta di cristallinità, perfetto per gli arpeggi e per gli accordi pieni. Passando a medio regime invece potremo già abbozzare qualche nota e qualche assolo. Potremo fare del Blues in modo molto preciso, quasi mai sudato (termine che rubo dai commenti venuti fuori dalla recensione del Dual Vintage), e questo a molti non piace. A medio-alto range ci vengono aperti orizzonti di notevoli tiepide e azzurre distensioni. Abbassando un po' il gain e andando a chiudere il potenziometro dei toni sulla chitarra o innestando il pick up al ponte sulla nostra Fender, potrebbe risultare automatico per alcuni usare il nostro pedalino con l'intento di creare sonorità jazz, genere nel quale la precisione del suono viene considerata come un fattore più importante rispetto ad altri. Chissà con una 335... Però va detto che questo pedalino riesce a enfatizzare moltissimo le caratteristiche del nostro amplificatore, cosa curiosa, visto che di solito avviene il contrario. Non fraintendetemi, intendo dire che il suono, a bassi regimi, risulterà sempre piacevole qualunque sia la sonorità caratteristica del nostro amplificatore. Il suo innesto in un amplificatore valvolare non andrà a enfatizzare le valvole, semmai lo asciugherà e ci regalerà la purezza della sua essenza. Soprattutto dando la sensazione di togliere compressione, quindi il risultato dipenderà moltissimo dalla nostra attrezzatura di base. L'estrema sensibilità e risposta dinamica fanno altresì in modo che il nostro tocco e il nostro modo di suonare risultino determinanti nel prodotto sonoro finale. Sia a livello di volume, che di gain, che di suono generale. Si tratta di un oggetto altamente interattivo. Accoppiato con un buon amplificatore valvolare e un generoso numero di decibel, nel contesto della nostra sala prove la sudorazione del suono potrà aumentare in maniera inaspettata, almeno come sensazione. La nostra forma d'onda resterà comunque assai poco analogica, ma la riproduzione (più che di riproduzione parlerei di avvicinamento) risulterà piuttosto convincente. Questo ci può fornire una carta in più laddove non disponessimo di un'attrezzatura adeguata.

La creazione di questo melange non analogico puro che a volte suona più genuino dell'analogico stesso, non può non suscitare un certo fascino, tipico del marchio danese. Spingendo con il volume dell'apparecchio avremo la sensazione di avere un gain piuttosto alto, ma più che una distorsione la definirei un'impressione di educata ma presentissima potenza. Oltre al (fisicamente) meraviglioso potenziometro del Volume e a quello del Gain troviamo il parametro Filter, che merita qualche considerazione. Infatti, se fino a 9 su 10 il suo influsso effettivo sulle frequenze è minimo, posizionato al massimo regime, o quasi, ci regala uno scalino fortemente sbilanciato verso le frequenze più alte che ci può venire assai utile nel caso il contesto sonoro necessiti di chiarezza estrema. Ho cercato di mettere in luce questa particolarità nel sample che ho preparato per quest'articolo, eseguito con un modestissimo amplificatore semivalvolare di marca Laney, la mia Blonde honey, ovvero la mia Fender Telecaster statunitense e un microfono Shure SM57. Il Mac e la scheda hanno fatto il resto, tutto privo di processione d'ambienza e di compressione. Come considerazione finale direi che questo notevole apparecchio può sopravvivere benissimo nella bisaccia del chitarrista, sia da solo, sia in una pedaliera in affiancamento ad altri overdrive di diversa natura, cercando di dare quella sua tipica precisa spigolosità come ingrediente aggiunto ad altre manipolazioni. Questo è forse il suo massimo pregio. Trovo siano ottimali le sue prestazioni nel suono quasi pulito, quindi regolato a bassi regimi, laddove in certi passaggi si voglia asciugare e definire al meglio il suono di un amplificatore fortemente impostato su sonorità d'oltreoceano, quindi di grande, non sempre necessaria, rotondità. Questo pedale può in ogni caso trovare la sua utilità in qualunque genere musicale. Lo alimentiamo come d'abitudine su polarità normale oppure con una batteria da 9 volt. Il prezzo di una transazione onesta andrebbe collocato, in fascia media, rispetto al contesto, pur essendo di per sé, a livello qualitativo, medio-medio/alto, sia come suono che come materiali e fabbricazione.
Moog Music MIDI MuRF in uso - Seconda Parte 28 Aug 2010, 2:00 am
Ora è arrivato il momento di concentrarci più specificamente sulle caratteristiche operative dei singoli filtri risonanti e delle conseguenze timbriche ottenibili modificando il profilo d'inviluppo a loro assegnato. Per poter spremere fino in fondo queste funzionalità, è il caso di lasciare da parte chitarra e basso elettrico e scegliere una sorgente più "brutale": un bieco sintetizzatore analogico che fornisce, con poco sforzo, tutto il sustain necessario con cui tenere costantemente impegnato il circuito del nostro MIDI MuRF.Nello specifico, abbiamo utilizzato un modulo Doepfer Dark Energy, full analog di prezzo assai contenuto e prestazioni assai divertenti che, in questo caso, è stato volutamente degradato a semplice "produttore di drone", cioè di una lunga nota bassa - ricca di armonici quanto basta per tenere allegri gli otto filtri - senza alcun tipo di attacco e senza alcun accenno di rilascio.

Un bordone, insomma...
Buona visione.
Roland GAIA Synthesizer SH-01 - Terza Parte 27 Aug 2010, 3:33 am
Questa volta ci occupiamo degli “assi nella manica”, cioè di quelle funzionalità che facilitano la vita del musicista militante fornendo veloci sistemi di automazione per gli arpeggi e per il trattamento dei segnali esterni.
Da questo punto di vista, Roland GAIA non delude - a patto di accettare l’inevitabile blindatura dei parametri di Arpeggio; del resto, la mancanza di un display alfanumerico avrebbe reso pressochè impossibile gestire con comodità tutta la potenza dell’automazione.

Oltre all’Arpeggio, come accennato nelle precedenti puntate, GAIA mena pesantemente sulla possibilità di customizzare il mixaggio di eventuali segnali esterni che possono essere integrati nell’esecuzione dopo essere stati deprivati della parte centrale del loro mixaggio originale.

Arpeggio
L’arpeggiatore è blindato, cioè non prevede la possibilità, per l’utente, di modificare in alcun modo i sessantaquattro pattern forniti in dotazione. A fronte di un’oggettiva ricchezza di comportamenti (ne parleremo tra un attimo), il musicista può solo:
- Accendere e spegnere l’Arpeggio (bontà sua…).
- Regolare la velocità con il tastone Tempo Tap.
- Scegliere banco e pattern (8x8).
Le programmazioni fornite in dotazione comprendono un panorama completo dei possibili pattern di trattamento: arpeggi monofonici up, down, up & down, randomizzazioni sulle note eseguite, retrigger ritmici delle note prese in accordo o sovrapposizione di un fraseggio arpeggiato contro armonie accordali, strutture prive di pause (con andamento meccanicamente ossessivo), strutture con sapiente alternanza ritmica di note e pause, armonizzazioni in arpeggio modale, conversioni in arpeggio maggiore o minore… Insomma, c’è di che passare diverse giornate ad esplorare. Peccato non aver previsto, sul driver Mac/PC, la possibilità di ripescare la potente implementazione di editing grafico già sperimentata nell’Arpeggiator del V-Synth XT.

Phrase Recorder
Nel venerando JP-8000, si chiamava Motion Recorder e permetteva la memorizzazione di qualsiasi intervento compiuto dal musicista sui comandi di pannello: i flussi di sistema esclusivo così generato venivano riprodotti in loop ed utilizzati per “animare” l’esecuzione delle note premute sulla tastiera. GAIA SH-01 alza di uno step il livello operativo e, nel nuovo Phrase Recorderd, coniuga le capacità di memorizzazione sul pannello comandi con le già sperimentate capacità di recording per fraseggi e pattenr anticamente presenti nelle vecchie workstation Series XP.
In pratica, il musicista può scrivere otto pattern da otto battute ciascuno in cui depositare, su linee parallele:
- Le note premute sulla tastiera (c’è ovviamente un riscontro metronomico durante la registrazione).
- Le operazioni d’intervento sui comandi di pannello (Attenzione! Verranno presi in esame solo i potenziometri e gli slider, non gli switches… questo significa che non è possibile memorizzare un cambio di Filter Mode effettuato in maniera ritmica).
- Le operazioni effettuate sul Pitch Bend
L’insieme dei dati prende posto in una delle otto possibili locazioni e, durante il playback, non viene emesso sulla porta MIDI Out; ciascuna è dimensionabile in una lunghezza compresa tra 1 e 8 battute; durante tutte le procedure di registrazione, GAIA emette un click metronomico (in 4/4 e basta) su cui regolarsi per allineare i propri… smanettamenti.

Audio esterno?
GAIA può ricevere un segnale stereo dal mondo esterno e sottoporlo all’azione del modulo Center Cancel, con il quale eliminare - entro buoni margini operativi - tutte le informazioni “protagoniste” nel mixaggio originale: assoli, voci, eccetera. Diciamo subito che il Center Cancel non fa miracoli: tutto dipende da come è stato mixato il brano originale e dal suo arrangiamento; pur tuttavia, il risultato ottenibile con il circuito è divertente. Sono disponibili tre diversi trattamenti, caratterizzati dall’intervento selettivo sulle frequenze medie/acute nel centro del mixaggio, sulle frequenze basse, su tutte le frequenze presenti nel centro del mixaggio. Il primo tipo d’intervento, quello concentrato sulle medio acute, lascia passare intatto il drive ritmico della bass drum, ma può produrre uno sfarfallio indesiderato nella fase del segnale superstite; caso per caso, sarà necessario scegliere il tipo di trattamento che meglio si adatta alle necessità del musicista ed alle caratteristiche timbriche del mixaggio da processare.

GAIA come interfaccia Audio/MIDI to USB
Facile facile: si installa il driver Mac/PC contenuto nel CD in dotazione, si seleziona GAIA come periferica audio all’interno delle pagine di Preferenze e poi si apre l’applicazione host desiderata; nel nostro caso, un qualsiasi Logic (ma, per fare contenti tutti in Roland, potrebbe essere un qualsiasi Cakewalk…) funziona e riconosce GAIA come porta Audio/MIDI USB, con una latenza dichiarata pari a 32 sample su un MacBookPro 2.33 di qualche generazione addietro; l’audio esce - solamente, non ci sono ingressi utili sull’apparecchio… l’External Input con Center Cancel non può essere utilizzato - a 24 bit, con una pigna che fa paura!

Scrivere MIDI o gestire l’audio proveniente dal computer è facile e privo di brutte sorprese. Certo, non ci sono gli ingressi, ma il driver funziona bene al primo colpo. Ahhh, fosse così anche per le interfacce audio standalone…

Filosofia d’uso
GAIA SH-01 può essere considerato, indifferentemente:
- uno strumento su cui fare dell’ottima didattica: tanto insegnare, quanto imparare possono trarre enorme giovamento dalla lineare impaginazione dei parametri sul pannello comandi; da sinistra verso destra, il flusso dei controlli segue l’andamento operativo del classico sintetizzatore analogico. I (non) pochi parametri celati sotto al cofanosono comunque raggiungibili mediante intervento diretto sui controlli ritenuti, caso per caso, più pertinenti come funzione e/o come localizzazione.
- uno strumento con cui suonare ovunque e comunque, complice l’alimentazione a batteria ed il peso molto contenuto (meno di cinque chili). L’integrazione della porta USB con funzionalità Audio/MIDI triplica, di fatto, le capacità operative dell’apparecchio nei confronti di laptop o altri computer esterni. In pratica, il musicista può andare in vacanza con GAIA, un laptop (dotato di un buon programma DAW) con una cuffia ed essere nelle condizioni di programmare, registrare, arrangiare e remixare qualsiasi cosa gli passi per la mente. Non è poco.
- un sistema con cui suonare su brani musicali opportunamente svuotati dello strumento principale - a patto che questo sia stato panpottato in posizione centrale.

Conclusioni
Divertente, versatile, facile da usare anche dovendo fare i conti con i parametri Shift e l’assenza di un display seppure minimo, GAIA SH-01 può trovarsi al suo postoin tanti contesti diversi - ne parlavamo in apertura; la linea di fondo è che, come al solito quando si parla di un sintetizzatore targato Roland, il suono c’è, le capacità operative anche. La miscela di prestazioni è ben calibrata per non sovrapporsi ad altri prodotti storici dello stesso marchio: come dire, potrebbe diventare la vostra prossima macchina. Per meglio prendere una decisione, recatevi al pià vicino negozio di strumenti musicali, fatevi accendere GAIA e, dopo aver messo da parte i preset, lanciatevi in qualche operazione di editing. Il bello è tutto nel pannello comandi. Buon divertimento.
Vent'anni senza Stevie Ray 27 Aug 2010, 1:30 am
Moriva il 27 agosto 1990, a causa di un incidente aereo, uno dei più grandi bluesman che la storia abbia visto e che il mondo della chitarra potrà mai ricordare. Sono passati vent'anni da quel triste giorno e la meritata fama del Texano più famoso degli anni '70 e '80 non ha mai accennato a tramontare, rafforzando di anno in anno il personaggio di Stevie Ray Vaughan, immortale nell'immaginario collettivo.Nato a Dallas, Texas, il 3 ottobre 1954, Stevie si avvicina alla musica fin da giovanissimo, educato all'ascolto dei musicisti che hanno scritto la storia del blues e guidato dal fratello maggiore Jimmy Lee, anch'egli chitarrista certamente senza bisogno di presentazioni. In breve il giovane Stevie Ray, ora trasferitosi ad Austin, accumula una discreta esperienza militando in numerosi gruppi Texani fino a fondare, nel 1981, i Double Trouble, suo gruppo storico, con Chris Layton alla batteria e Tommy Shannon al basso elettrico.

In breve la carriera del trio decolla quando il loro stile innovativo, ma allo stesso tempo legato alla tradizione, viene notato da David Bowie e Jackson Browne. Le parti di chitarra dell'album di Bowie "Let's Dance", affidate a Stevie, diventano il suo vero trampolino di lancio, sostenuto anche dalla produzione del primo album dei Double Trouble, Texas Flood, per opera di Browne.
Il disco è un successo e tutto procede velocemente, con la produzione di altri tre album, il terzo dei quali, Soul to Soul, vede il tastierista Reese Wynans aggiungersi alla formazione, nel 1985.
La carriera discografica di Stevie Ray Vaughan si conclude nel 1990 con l'ultimo lavoro registrato con suo fratello Jimmy: Family Style.
L'agosto dello stesso anno, dopo un concerto insieme a suo fratello, Robert Cray, Eric Clapton e Buddy Guy, Stevie Ray Vaughan chiede a Clapton di cedergli il posto in elicottero per essere il primo a tornare a casa, dicendosi affaticato per il concerto. Poco dopo il decollo, l'elicottero, con a bordo Stevie, il pilota e un membro dello staff di Eric Clapton, si schianta contro una collina nascosta dalla nebbia, causando la morte dei tre.

Numerosi album postumi ricordano la carriera del chitarrista, dapprima The Sky Is Crying, contenente brani mai diffusi prima, viene pubblicato nel 1991. Segue poi una lunga serie di live e collezioni che mai potranno restituire il suo talento al mondo ma potranno quantomeno continuare a diffonderlo, come Stevie faceva con la sua Number One, la leggendaria Fender Stratocaster entrata nel 1992 nella produzione signature Fender, una chitarra che lo ha accompagnato per gran parte della vita musicale e che, secondo alcuni, lo accompagnerebbe tutt'ora oltre la morte, sepolta insieme al suo vecchio proprietario.
Amplificare una chitarra resofonica 26 Aug 2010, 2:00 am
L'amplificazione delle chitarre acustiche è ormai diventata una prassi molto comune per i musicisti, si trovano ottime soluzioni più o meno economiche che si montano in poco tempo e spesso senza doversi rivolgere ad un liutaio. Ma ora non si parla di un'acustica normale bensì di una resofonica. Un terreno, almeno per me, sconosciuto fino ad ora, che anche qui su Accordo non è ancora stato trattato.Con un amico ci siamo trovati di fronte alla necessità di amplificare una chitarra resofonica per poterla utilizzare live. La chitarra in questione è una Republic steel body, ottima marca di fascia medio-alta, manico roundneck in mogano con tastiera in palissandro, corpo in metallo, ponte di tipo biscuit in legno, cover chickenfoot, ideale per sonorità blues con o senza slide.

Prima abbiamo dovuto pensare verso quale tipo di soluzione rivolgerci, sopratutto se scegliere un pickup attivo o passivo e a che marca affidarci. Sotto consiglio di un commerciante inglese abbiamo preso uno Schertler Basik Reso, set della rinomata marca svizzera reperibile sui 150 euro compreso di preamplificatore STAT-PRE con controllo volume, quindi un pickup attivo.

L'installazione è relativamente semplice, bisogna dire che su internet ci sono pochissime informazioni su come procedere (lo stesso sito della casa produttrice dà solo uno schema per nulla esauriente), quindi siamo andati un po' alla cieca. Prima di tutto dobbiamo togliere corde e coverplate alla chitarra e rimuovere il cono interno, dopo una rapida occhiata abbiamo deciso di incollare il piezo il più vicino possibile alla parte centrale e interna del cono, per essere precisi vicino alla vite che tiene fermo il ponte. Abbiamo usato una colla removibile così da poter tornare indietro in caso di errori, mentre l'entrata per il jack collegata al piezo è stata avvitata a uno dei fori della resofonica (vicino alla "F" della spalla). Una volta seccata la colla si rimonta il cono e si collega il jack al preamp, poi in diretta nel mixer. La soluzione per montare il piezo varia a seconda del tipo di ponte (spider bridge o biscuit bridge) ma anche per il cono interno (vedi per esempio i tricone).
Con una buona equalizzazione (stando attenti ai bassi) si riescono a ottenere sonorità molto fedeli a quello che è il suono acustico, senza dover andare verso soluzioni di qualità ma scomode come il classico shure sm57, e anche a volumi elevati (è gia stata testata dal vivo) non ci sono problemi di nessun tipo come rumori di fondo o feedback, tutto grazie all'ottima qualità del piezo.
Ovviamente ci sono altre soluzioni possibili, come i pickup passivi (Schatten RG - 03 series per esempio) o veri e propri pickup da installare esternamente tra corde e cover( Lace Music dobro sensor), ma forse tra quelle che ho sentito questa è la soluzione che snatura meno il suono originale.
Reason 5 in azione... 26 Aug 2010, 2:00 am
Complice la Propellerhead Producer's Conference, organizzata da Midiware e ospitata dal Saint Louis Music School di Roma, abbiamo sfruttato l'esperienza di Jonas Löfvenmark - product specialist from Ikea land - e Francesco Bruni per vedere finalmente in azione i tre nuovi device che arricchiscono il Reason Rack mk 5.Dr.OctoRex
Sparito il Dr.Rex originale, ora c'è la versione "ottofonica", in grado di gestire in completa autonomia otto flussi audio Rex con totale controllo sulle funzioni collaterali. Nel Reason Rack, in questo video ospitato all'interno di Record 1.5, è possibile ospitare multipli esemplari di Dr.OctoRex.
Kong
Un super drum synthesizer ottimizzato per la produzione di timbriche analogiche, physical modeling, sample player. La struttura di base può essere arricchita con moduli effetti e trattamenti liberamente selezionabili dall'utente nel vasto parco macchine Kong-based.
Autotune con Neptune
Il video è lunghetto, ma vi consigliamo di ascoltare con attenzione le melopee (absit iniuria verbis) del cantante: l'alternanza con e senza raddrizzamento by Neptune può riservare parecchie sorprese. Inoltre, Neptune può essere fare il verso alla migliore (?) Cher d'annata, può essere integrato con RPG-8, cioè può arpeggiare la voce...
Reason 5 e Record 1.5 hanno finalmente il sample input!!!
Vi pare poco? Significa che, tanto con Reason 5 standalone, tanto con Record 1.5 standalone, quanto con l'accoppiata dei due programmi, si può finalmente entrare con segnali audio esterni che possono essere campionati, accordati e mappati a uso e consumo della produzione musicale. Erano anni che se ne parlava (insieme alla possibilità di caricare le proprie wavetable in Malström...): ora, finalmente, è realtà.
Il giro del Sintetizzatore in ottanta giorni - ottava parte 25 Aug 2010, 7:01 pm
La regolazione di frequenza dell'oscillatore (meglio se degli oscillatori) permette dei simpatici giochetti con gli intervalli paralleli: come potrebbe spiegarvi qualsiasi chitarrista metal, esiste una corsia preferenziale per quarte, quinte e ottave che, utilizzate con due corde (o due oscillatori) creano instantanemente il suono giusto per dei riff devastanti. Provare per credere.Laddove la terza maggiore rovina la distorsione e, nel caso di fraseggi di synth, riporta immediatamente a capolavori quali Abbadon's Bolero o I cavalieri del lago Ontario, gli intervalli di quarta, quinta e ottava vengono interpretati dal nostro orecchio come un tutt'uno melodico con cui fraseggiare senza alcun tipo di problema.

Ma è anche necessario verificare le sottili interazioni che possono innescarsi tra l'accordatura per intervalli e l'intervento di un eventuale distorsore, sia esso interno o esterno alla struttura di sintesi. Come diceva Stockhausen, si parva magnis licet componere, il musicista elettronico deve preoccuparsi di comporre a livello di partitura, ma anche a livello del singolo evento sonoro.
Il bello è che quanto sperimentato e imparato sull'analogico vale anche sul virtual analog o sul digitale. Compresi i linguaggi di programmazione.
Buona visione.
Midi per principianti 25 Aug 2010, 11:41 am
Chi ha le idee chiare su come si lavora con il Midi alzi la mano. Ok, facciamone una più semplice: chi sa cosè il Midi? La prima volta che ho sentito la parola midi era riferita al Commodore 64. Avevo 6 anni e mio papà mi disse: "questo è un cavo MIDI". Ah, figo. Ma a che serve se non a collegare il mangiacassette con la tastiera?Con il primo gruppo serio arrivò anche il primo multieffetto serio. Quella volta comprai il Gmajor. Sapevo bene a cosa andavo incontro: dovevo superare lo scoglio dell'ingoranza midizzante.
Più di qualche chitarrista esclude a priori l'idea di comprarsi un multieffetto a rack: si compra i suoi pedalini da millemila euri ed è felice.
Io invece, da buon programmatore masochista, mi son documentato, ho chiesto ad altri chitarristi, c'ho sbattuto il naso e alla fine... non ci ho capito una mazza.
Le idee che mi ero fatto su sto benedetto Midi erano tante, troppe, complicate.

Allora ho fatto un bel reset dell'archivio Midi del mio cervello e ho iniziato a crearmi un'idea tutta mia di questo protocollo si trasmissione/ricezione dati.
Quello a seguire, è l'approccio chitarristico che ho sviluppato per la programmazione del mio multieffetto a rack e la mia pedaliera Midi.
L'unico modo per ricordarmi certe funzioni e certi nomi, era quello di associare il tutto a qualcosa di conosciuto, concreto ed estremamente banale.

Canali
Abbiamo di norma 127 quaderni a disposizione: ogni quaderno è un canale.
Affinchè le informazioni del quaderno passino dalla mano che lo sfoglia (controller) e il nostro cervello che recepisce (multieffetto o qualsiasi apparato Midi) è necessario impostare lo stesso canale in entrambi i dispositivi.
- Storia (multieffetto n.1) = Canale 1 (pedaliera n.1)
- Matematica (multieffetto n.2) = Canale 2 (pedaliera n.2)
Nessuno vi vieta, se i vostri strumenti ve lo consentono, di gestire 2 canali con lo stesso controller.
Banchi
Avete presente i fogli protocollo che si staccano dal centro del quaderno? Ognuno di questi è un banco: un insieme di informazioni/settaggi (preset), raggruppati sotto lo stesso foglio.
Preset
Ogni facciata del foglio protocollo è un preset, un insieme di settaggi ben definiti.
Nel caso di un foglio protocollo avremo 4 preset ma le pedaliere possono offrire la possibilità di gestire 8-10+ fogli per banco. Numeriamo tutti i fogli dall'inizio alla fine del quaderno e avremo la nostra lista di preset.
Questo ci tornerà utile subito qua sotto.
Program change (PC)
Vi ricordate la numerazione delle pagine?
Il program change non è altro che un segnale di richiesta di una determinata pagina.
La mia mano vuole la pagina 32 (quindi premo un bottone che mi richiama il preset 32) ? Immediatamente andrò a finire alla pagina 32 (preset 32) e il mio cervello avrà di fronte tutte le impostazioni di quel preset.
Il segnale che ho inviato per farmi comparire la pagina 32 viene chiamato PC 32.
Inoltre si può (sempre sei il vostro setup lo consente), tramite impostazioni particolari, definire che il PC 12 mi vada a richiamare il preset 53, ma per ora non andiamo troppo nei particolari.
Control change (CC)
Siamo all'interno di un preset, di una pagina con i nostri settaggi di effetti o quant'altro. Anche il control change è un segnale.
Nelle pedaliere di norma si possono associare diversi valori ad ogni CC (da 0 a 127), e possiamo usare 127 CC per ogni preset. Nel primo caso, quello più comune, ci limitiamo ad esaminare un CC e 2 valori ad esso associati. Per esempio, il CC 10 intendiamolo come "concentrati sull'angolo alto destro della pagina", un modo per dire "gestisci solamente il chorus".
Il CC 20 si concentrerà nell'angolo in basso a sinistra, quello del delay e via dicendo. I valori che attribuiremo al nostro CC vediamoli come un messaggio del tipo "guarda/non guarda".
Al CC 10 per esempio, impostiamo che GUARDA abbia il valore 127, il massimo. Sempre a questo CC 10 impostiamo NON GUARDA a 0.
Cosa succede?
Quando premeremo un tasto della nostra pedaliera, programmato per inviare solo un segnale di tipo CC, guarderemo/attiveremo l'effetto associato a quel determinato CC (nel caso che sia stato inviato il valore 127) oppure faremo il contrario (nel caso che sia stato inviato il valore 0).
In questo modo possiamo gestire le cose da "far vedere/attivare" al nostro multieffetto: solo un angolo di pagina, la parte superiore (es. chorus+tremolo), oppure tutta la pagina (tutti gli effetti di quel preset).
Next step sui CC, più complesso.
Prendiamo il caso di un parametro del delay: il feedback.
Con i CC possiamo gestire anche quanta parte di foglio dedicata al delay vogliamo far vedere al multieffetto. Dicevamo che con i CC si possono inviare valori che vanno da 0 a 127: per l'esempio dobbiamo avere bene in testa come funziona un pedale d'espressione.
A 0% della sua escursione avremo il valore 0. Pigiando sul pedale il valore aumenterà, arrivando a 64 verso la metà (50%) e a 127 al massimo (100%).
Gia così possiamo capire che con un pedale possiamo gestire la quantità di un determinato parametro. Il nostro pedale, che sarà settato per esempio come CC 78, invierà i suoi valori al feedback del delay (attenzione, al parametro feedback e non al parametro attivazione/disattivazione effetto) facendoci aumentare o diminuire la quantità di feedback dell'effetto.
Per ora mi sembra di aver detto tutto quello che basta per avere un approccio meno astratto del Midi.
Ovviamente è un'infarinatura personale e "alla buona". Molti concetti sono stati tralasciati o spiegati in modo superficiale, proprio per non confondere chi si avvicina per la prima volta alla programmazione Midi del proprio setup.
Spero di aver fatto chiarezza su queste piccole cose che son sempre problematiche per i newbies del Midi.
Apre i battenti Hendrix In Britain 25 Aug 2010, 10:00 am
Oggi 25 agosto 2010 è il primo giorno dell'esposizione Londinese dedicata al chitarrista Jimi Hendrix che durerà fino al prossimo 7 novembre. In occasione del quarantesimo anno dalla sua scomparsa quella che è stata, a detta di Jimi, la sua prima vera casa, viene trasformata in un vero e proprio museo ricco di reliquie appartenute al musicista che ha rivoluzionato il volto della chitarra moderna.Il calendario prevede diversi eventi in tema programmati per settembre, inclusi tour guidati e seminari chitarristici, mentre sarà possibile ammirare la casa museo sita al 23 di Brook Street a Londra per tutta la durata della manifestazione, vivendo gli ultimi mesi della vita di Jimi Hendrix fino al suo certificato di morte, esposto alla mostra. Sarà possibile ammirare alcuni suoi oggetti personali, come il famoso cappello nero o la sua giacca di velluto arancione, gli immancabili manoscritti dei suoi testi, una mappa da egli stesso abbozzata per raggiungere l'isola di Wight e la Gibson Flying V utilizzata al festival.

La decisione di organizzare una tale mostra è stata molto discussa in quanto in forte contrasto con la storicità della costruzione, che aveva ospitato appena due numeri civici più in là il compositore classico George Frideric Handel, vissuto nel 18esimo secolo. Hendrix giurò più volte di averne visto lo spettro in casa sua, riflesso nei suoi specchi. Chissà cosa penserà ora Handel, dal momento che gli stessi organizzatori del museo si dimostrano entusiasti degli eventi considerando i due artisti non poi così diversi, e considerando l'opportunità come un ottimo spunto per spingere i chitarristi a imparare molte cose nuove da musicisti di altre epoche che hanno dimostrato lo stesso genio dei loro idoli
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